Ci sono strade che sulla mappa sembrano quasi un errore.
Una linea sottile, magari tutta storta, che il navigatore guarda con un certo sospetto e prova a evitare in ogni modo. Lui vorrebbe portarti sulla strada più veloce, più larga, più logica.
Che poi, diciamolo, spesso significa più noiosa.
In moto succede una cosa curiosa: la strada migliore non è quasi mai quella più rapida. È quella che ti fa attraversare un paese invece di girargli intorno, quella che passa tra le colline invece di tagliarle via, quella che ti costringe a rallentare e, proprio per questo, ti fa vedere qualcosa.
Le strade secondarie sono così. Non sempre perfette, non sempre comode, non sempre adatte a tutti i momenti. Però, quando le scegli bene, trasformano un semplice spostamento in un mezzo viaggio.
E questa, per me, è una delle cose più belle della moto.
Meno traffico non significa solo più tranquillità
La prima cosa evidente è il traffico.
Su una strada secondaria trovi meno camion, meno corsie piene, meno rotonde tutte uguali e meno quella sensazione da “sto soltanto cercando di arrivare”.
Ma il vero vantaggio non è solo guidare con meno veicoli intorno. È cambiare ritmo.
Meno traffico significa avere più attenzione libera per il paesaggio, per la strada e per quello che succede intorno. Non devi continuamente difenderti da code, sorpassi inutili, svincoli e gente che sembra aver scoperto il telefono proprio in quel momento.
Guidi meglio, respiri di più e spesso ti godi anche la moto in modo diverso.
Naturalmente non vuol dire abbassare la guardia. Le strade secondarie hanno altri rischi: asfalto spesso poco curato, ghiaia, animali, curve cieche, asfalto rovinato, uscite da cortili e ciclisti. Insomma, non è che la tranquillità debba trasformarci in turisti addormentati con il casco.
Però la qualità dell’attenzione cambia.
E cambia molto.
Le strade secondarie ti fanno attraversare i posti, non solo raggiungerli
Una strada principale spesso collega due punti.
Una strada secondaria, invece, ti ci fa stare dentro.
Attraversi piccoli paesi, vedi piazze, campanili, case in pietra, bar con tre tavolini fuori e qualcuno che ti guarda passare come se fossi l’evento del pomeriggio…. della serie “il treno è sempre il treno!” 🙂
Ed è lì che la moto diventa qualcosa di più del mezzo.
La moto è la scusa per entrare nei territori con una velocità umana. Abbastanza veloce da andare lontano, abbastanza lenta da non perdere tutto quello che c’è in mezzo.
Questo è il punto che spesso mi fa preferire una provinciale tortuosa a una statale veloce. Magari arrivo venti minuti dopo. Ma nel frattempo ho visto un pezzo di mondo in più.
E se lungo la strada salta fuori un posto dove mangiare bene, chiaramente lo considero un approfondimento culturale…Non è una gara contro il navigatore
Il navigatore è utilissimo. Io non lo demonizzo affatto, anche perché senza di lui probabilmente alcune mie uscite finirebbero con una telefonata tipo: “Sì, sono ancora in Lombardia, credo”. Però il navigatore ha un difetto: spesso ragiona da automobilista con fretta.
Ti propone la strada più efficiente, quella più veloce, quella che riduce i minuti. Ma un giro in moto non sempre deve ridurre qualcosa. A volte deve aumentare. Aumentare le curve, le soste, i punti panoramici, la sensazione di scoperta. Anche gli imprevisti, entro limiti ragionevoli.
Quando programmo un giro, cerco sempre di chiedermi:
voglio arrivare prima o voglio viaggiare meglio?
Non c’è una risposta giusta per tutte le volte. Se devo rientrare tardi, magari scelgo la strada veloce. Se ho tempo, invece, cerco le linee più piccole sulla mappa.
Quelle che il navigatore guarda male sono spesso quelle più interessanti. Il bello è che non devono essere famose Una strada secondaria non deve per forza avere un nome leggendario. Non deve essere lo Stelvio, il Gavia, la Cisa o il Muraglione. Quelle sono strade iconiche, certo, e meritano. Ma non possiamo vivere la moto soltanto inseguendo i grandi nomi.
A volte il giro migliore nasce da un tratto senza fama, da una deviazione tra due colline, da una strada che collega un borgo a un altro e che nessuno mette nelle classifiche. Le strade secondarie hanno il grande vantaggio di non dover dimostrare niente. Non ci arrivi con aspettative enormi, non hai la sensazione di doverle spuntare da una lista, non devi fotografare il cartello per certificare l’impresa. Le percorri e basta.
Il ritmo giusto: più lento, non più spento.
Scegliere strade secondarie non significa rinunciare al piacere della guida. Anzi.
Spesso sono proprio queste strade a regalare il ritmo migliore: curve continue, cambi di pendenza, tratti nel bosco, aperture improvvise sul paesaggio, piccoli rettilinei dove rilassare le braccia e poi di nuovo un tornante, una esse, una salita. Però richiedono rispetto. L’asfalto può cambiare da un metro all’altro. Dietro una curva può esserci ghiaia. In mezzo alla carreggiata può comparire fango portato da un trattore. E il margine, su certe strade, è molto più importante della piega.
Il piacere delle strade secondarie sta nel guidare con ritmo, non nel guidare forte. C’è una bella differenza. È quel modo di andare in moto in cui ti senti dentro alla strada, non contro la strada.
Come le scelgo prima di partire. Non c’è una formula perfetta, ma ci sono alcune cose che guardo sempre. Prima di tutto cerco di capire se la strada ha senso dentro al giro. Una deviazione bella ma troppo lunga può trasformare una giornata piacevole in un rientro stanco e nervoso.
Poi guardo il tipo di territorio. Colline, valli, piccoli passi, laghi, argini, borghi ravvicinati: sono tutti indizi interessanti. Non garantiscono il giro perfetto, ma aiutano. Controllo anche se ci sono alternative. Per me una buona uscita deve avere sempre un piano B. Non perché bisogna essere pessimisti, ma perché il meteo, il traffico, un cartello di lavori o semplicemente la stanchezza possono cambiare il programma.
E infine provo a non riempire tutto.
Il viaggio in moto ha bisogno di spazio vuoto. Spazio per una sosta, una foto, un caffè, una strada vista per caso, una deviazione non prevista. Se pianifichiamo ogni minuto, le strade secondarie diventano solo ostacoli tra noi e la tabella di marcia. Quando è meglio evitarle. Detto questo, non sempre sono la scelta migliore.
Se è buio, piove forte, siamo stanchi o abbiamo fretta, una strada secondaria può diventare più stressante che piacevole. Lo stesso vale se non conosciamo la zona e il fondo sembra peggiorare. Non c’è niente di romantico nel trovarsi su una strada stretta, sporca e senza visibilità quando vorremmo solo arrivare a casa. La strada bella al momento sbagliato può diventare una pessima idea.
E qui entra in gioco una cosa che in moto vale quasi sempre: sapere rinunciare.
Magari quella deviazione la faremo un’altra volta, con luce migliore, meteo più stabile e più tempo a disposizione. Il piacere della moto non dovrebbe dipendere dall’ostinazione. Sono perfette per scoprire borghi, storie e sapori
Quando ho solo mezza giornata o un weekend, cerco di costruire il percorso a strati. Il primo strato è la direzione generale: dove voglio andare. Il secondo è la strada principale di sicurezza: quella che mi permette di rientrare senza drammi se il tempo cambia. Il terzo è fatto di deviazioni secondarie: tratti più piccoli, paesi, colline, strade panoramiche, possibili soste.
Così il giro rimane flessibile. Se va tutto bene, aggiungo. Se sono in ritardo, tolgo. Se trovo una strada interessante, mi concedo la deviazione. Un buon itinerario in moto non deve essere una gabbia. Deve essere una traccia intelligente.
Questa è una cosa che ho imparato con il tempo, anche sbagliando. Perché all’inizio la tentazione è mettere dentro tutto. Poi scopri che una giornata piena di tappe può diventare una giornata povera di viaggio.
Meno traffico, più viaggio Alla fine il punto è semplice.
Le strade secondarie non sono automaticamente migliori. Vanno scelte, capite e percorse con attenzione. A volte sono rovinate, lente, sporche o poco adatte alla giornata. Ma quando funzionano, cambiano completamente il senso di un giro.
Ti fanno rallentare senza annoiarti. Ti fanno vedere posti che avresti saltato. Ti portano dentro al territorio invece di farti scorrere accanto. E ti ricordano una cosa che in moto rischiamo di dimenticare quando pensiamo solo alla meta: il viaggio non comincia quando arrivi. Comincia appena scegli di non fare la strada più ovvia.
Magari ci metterai un po’ di più.
Magari il navigatore protesterà.
Magari finirai davanti a un bivio con l’aria di chi sta prendendo una decisione importantissima, anche se in realtà sta solo scegliendo dove bere un caffè.
Va bene così.
Perché spesso, nelle strade secondarie, c’è proprio quello che cerchiamo quando diciamo di voler andare in moto: meno traffico, più viaggio.

